Il “Codex Seraphinianus”, un libro senza una lingua
Un’“enciclopedia” che utilizza un alfabeto asemico e che affascinò Fellini, Calvino e Tim Burton
di Paolo Retarguinetti
Ad agosto Luigi Serafini compirà 77 anni. La sua lunghissima carriera di architetto e designer lo ha visto collaborare con personaggi del calibro di John Cage, per il quale ha disegnato la locandina della performance Variation 3, per esempio. Serafini anche creato la prima locandina de La Voce della Luna di Federico Fellini. Ma la sua opera più complessa ed enigmatica è un libro, il Codex Seraphinianus, pubblicato nel 1981 dopo anni di lavoro.
Per anni il Codex è stato un libro fantasma: tra fine anni Novanta e primi anni Duemila non era più disponibile in commercio, ma al contempo online aumentava la sua fama, che lo rendeva un volume quasi leggendario. Giravano dei pdf scannerizzati male che venivano stampati, anche in bianco e nero (nonostante il colore sia un elemento centrale del volume), e poi rilegati dai tantissimi estimatori.
Se facciamo una ricerca su Wikipedia, alla voce Codex Seraphinianus troviamo la solita tabella che l’enciclopedia online dedica ai libri, ma ci accorgiamo subito che c’è qualcosa che non quadra: alla voce “lingua originale” c’è scritto “nessuna”. In che senso? Per capirlo dobbiamo spiegare prima di tutto che cos’è questo Codex: si tratta di un’enciclopedia che raccoglie (o, meglio, dovrebbe raccogliere) nozioni di discipline come zoologia, botanica, fisica, tecnologia e etnografia.
Nel 2026 noi abbiamo a disposizione (con tutti i suoi limiti) Wikipedia: un’enciclopedia che si aggiorna continuamente e che quindi risolve il problema delle sue versioni “fisiche”. Il sapere va avanti, muta nel tempo, e un’enciclopedia cartacea inevitabilmente diventa presto datata, finendo per riassumere il sapere in un determinato momento storico. Serafini, attraverso il Codex, volle superare questo scoglio e decise di farlo attraverso una grafia indecifrabile.
L’alfabeto utilizzato per il Codex è asemico. Ciò significa che non ha alcun contenuto semantico, il significato dei simboli utilizzati dev’essere inserito dal lettore. Questo va oltre le differenze linguistiche, visto che qualunque lettore – a prescindere dalle lingue che conosce – di fronte a una scrittura asemica si comporta in maniera simile.
Chiunque, in qualunque epoca e in qualunque luogo del mondo non può che approcciarsi al Codex in un modo tanto unico quanto simile a quello di tutti gli altri. In questo modo questa “enciclopedia” non riassume il sapere di una certa epoca in un certo luogo ma diventa in qualche modo universale.
Il Codex viene pubblicato da Franco Maria Ricci nel 1981. Il testo introduttivo doveva essere scritto da Roland Barthes, che – “leggendo” il libro in anteprima – era rimasto molto affascinato dal Codex. Ma l’incidente d’auto che uccise Barthes impedì che questo progetto si realizzasse. La lista degli estimatori del Codex Seraphinianus comprende anche Italo Calvino, Federico Fellini e Tim Burton.
Sul sito dell’editore Franco Maria Ricci il Codex viene paragonato alla Storia Naturale di Plinio e alla grande Encyclopédie di Diderot e d’Alembert. Nella presentazione si può leggere che “lo stupito visitatore si addentra fra le tavole multicolori e i glissanti commentari come nelle sale del Museo di una civiltà aliena” e godrà “una volta tanto la suggestione di un libro come un bimbo che ancora non conosca la civile scienza della Lettura”. Una regressione a un periodo che nessuno di noi ricorda con precisione: con il Codex possiamo tornare a quando sfogliavamo un libro senza avere la minima idea di che cosa fossero quei simboli scritti sulle pagine. Una sensazione che è ancora più forte rispetto a quando si sfoglia un libro in una lingua che non si conosce. Una sensazione unica.




In un mondo che ha perso “il senso” e il senno, forse questo codice acquista un senso profondo…